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Intervista di Claudia Santeroni, uscita su Arte, numero di maggio 2021

Adelaide Cioni, artista bolognese classe 1976, lavora principalmente con disegno e pittura: il suo repertorio immaginifico è costellato da una molteplicità di forme semplici e riconoscibili che si stagliano su sfondi neutri. Caratteristica delle sue opere è la pluralità sensoriale che attivano: sono opere da vedere e da toccare.
Vive e lavora in Umbria, a Bevagna, dove ha scelto di trasferirsi nel 2016.

Se dovessi definire con poche parole la tua ricerca che cosa diresti?
Direi che con il mio lavoro cerco di riportare le persone a quel momento della loro vita in cui le cose erano delle apparizioni, non ancora mediate da linguaggio e giudizi. L’infanzia?

Tanti i riferimenti nei tuoi lavori: Daniel Buren, Helen Mirra, Philip Guston, Enzo Mari, disegni felliniani, pitture rupestri. Un immaginario eterogeneo da cui ricavi forme elementari e riconoscibili.

Mi appaiono certe immagini, e cerco di materializzarle in modo che arrivino a chi guarda nella maniera più diretta possibile. Forse si può dire che tutto il mio lavoro è un tentativo di aggirare il linguaggio creando dei grandi giocattoli che ci facciano sentire parte di un’esperienza comune anche se veniamo da vissuti e luoghi diversissimi.



Che valenze associ alla scelta di uno sfondo sempre neutro da cui emergono queste forme colorate?
Probabilmente questa scelta viene dall’emozione che provo io per prima davanti a certe opere che hanno uno sfondo monocromo. Penso ai fondi verdi o azzurri di Holbein, penso all’incredibile ed enorme cavallo di Stubbs su fondo beige alla National Gallery che fa scomparire i due Turner che gli stanno accanto, e anche alla bocca di Pascali o agli animali di Merz. Forse è che mi sembra un passo verso l’astrazione e questo mi interessa. Forse è il mio modo di osservare il mondo, che mi porta a focalizzare tutta l’attenzione su un unico oggetto, mentre a volte lo sfondo molto articolato di certi quadri mi sembra un tentativo di salvare le apparenze, di mantenere viva l’illusione della realtà all’interno del quadro. Come una frase di circostanza detta quando si teme un silenzio nella conversazione

Hai lavorato a lungo come traduttrice: quanto questo esercizio di trasposizione e di riformulazione ha inciso sul tuo modo di lavorare?
Credo moltissimo. La traduzione ti insegna prima di tutto la disciplina. Sapere che se lavori a testa bassa e con costanza, arriverai alla fine anche di un libro di seicento pagine. Ma c’è molto di più e potrei riassumerlo in una domanda che sta diventando uno di quegli enigmi-guida che ci si porta dietro per tutta la vita e ai quali a volte si ha l’impressione di avere trovato un pezzo di risposta. Cosa c’è nello scarto fra originale e traduzione? In quello spostamento fra le parole del libro che traduco (o l’oggetto che disegno) e le parole della mia traduzione finale (o l’opera)? Provo a rispondere per sintesi dicendo che c’è la mia vibrazione. Tempo fa ho letto di un esperimento scientifico in cui si monitorava e paragonava l’attività del cervello di alcune persone mentre osservavano i “tagli” di Fontana e i tagli fatti da un macchinario. La differenza era enorme, e mentre i “tagli” di Fontana scatenavano una reazione fortissima, quelli del macchinario lasciavano il cervello di chi li guardava del tutto indifferente. Io penso che funzioniamo per risonanza, come strumenti musicali, e che il segno – come il suono – sia una delle cose che ci fa risuonare, sia nel tracciarlo, che nel guardarlo. Quanto più il segno è “libero”, spogliato da sovrastrutture e compiacimenti, tanto più arriva forte a chi lo guarda. In questo senso la libertà dell’artista libera chi guarda.

I tuoi lavori realizzati con stoffe e tessuti, sembrano fatti per essere fruiti con il tatto, prim'ancora che con la vista.
L’esperienza estetica è un’esperienza di percezione. La percezione avviene attraverso i sensi prima che il pensiero. Coinvolgere più sensi può essere un modo per arrivare più fortemente a chi guarda. 



Attualmente esponi nella mostra Io dico Io – I say I alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma: è il contesto giusto per il tuo lavoro, fatto di evidenti e molteplici rimandi all’universo femminile.
L’idea di “universo femminile” mi mette un po’ a disagio quando si parla d’arte, ha senso come categoria storica e sociale ma penso davvero che l’arte sia al di là delle categorie di genere. Io sarei per un oltre-sesso, una dimensione in cui tutti ci concediamo di essere sia maschi che femmine, non parlo di preferenze sessuali, che non mi interessano, parlo di vivere senza farsi limitare dalle idee precostituite che si hanno di ciò che ci si deve aspettare da una donna o da un uomo. Non nego la realtà, è evidente che ci sono delle disparità enormi, ma le cose si cambiano anche scegliendo come raccontarle e a volte fingendo che un limite non esista. I miei eroi da piccola (ma anche ora) erano maschi e femmine, io mi identificavo allo stesso modo con gli uni e con le altre. Il transgender forse davvero ci salverà tutti.

Guardando Ab ovo. Stars, un tuo lavoro del 2020, mi viene da pensare al cielo stellato della Cappella degli Scrovegni a Padova.
Uno dei motivi per cui sono felice di essermi trasferita in Umbria è che dormo vicino a Giotto e posso andare a trovarlo ad Assisi quando voglio. In effetti Ab ovo. Stars si riferisce proprio a quello specifico motivo decorativo delle stelle che ha avuto particolare rilevanza nel basso medioevo, e che si trova nelle chiese ma anche nei tarocchi di Marsiglia, per esempio, un motivo decorativo fortissimo e ricorrente che rimanda al cielo e porta in alto lo sguardo e il pensiero.